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A proposito dei PACS

 Non si può e non si deve tacere.

VIVERE IN rivendica, come ogni altra Istituzione, il diritto-dovere di parlare soprattutto perché nessun cittadino, che è per natura “politico”, cioè membro ufficiale della Polis, non può esimersi dall’intervenire nel dibattito politico esprimendosi a favore o contro le diverse opinioni.

VIVERE IN chiede chiarezza e coerenza di vita da parte dei propri aderenti auspicando che la loro presenza sia chiarificatrice di bene e di progresso generale.

VIVERE IN ama parlare della necessità del dialogo, come molti affermano, ma intende il Dialogo come volontà e decisione comune di passare attraverso il Logos, cioè la somma sapienza, per giungere a scelte sagge e giuste.

È da sciocchi continuare a parlare di scontro tra lo Stato e la Chiesa, il Parlamento e il Vaticano, Prodi o qualcuno dei suoi ministri che professano fede diversa e Ruini.

Discutibile è anche l’affermazione del ministro Rosy Bindi che dichiara che se “ascolto con rispetto e faccio tesoro della Chiesa” “so assumermi per il bene del paese le mie responsabilità da laica”.

Viene detto che la legge messa a punto dalle ministre Barbara Pollastrini e Rosy Bindi è molto attenta a non urtare la sensibilità cattolica e il Vaticano. Ipocrisia, diplomazia, inganno?

Noi non parliamo in funzione del Vaticano. Interveniamo con la convinzione di uomini liberi di pensare e di dichiarare quello che anche a noi è lecito e riteniamo doveroso, affermare con chiarezza.

Diciamo no ai PACS né all’italiana, né alla francese o alla spagnola... Il nostro no si fonda sulla opposizione chiara contro i pasticci politici che sono come i panini imbottiti di cui si sa tutto ma non si conosce ciò che contengono. Quando te lo mangi, ti ammali. Il contenuto dei PACS, a parte le dichiarazioni edulcorate che gli esperti del frasario politico usano per convincere o sedurre, è l’espressione di una ideologia che pretende di veder riconosciuti particolari diritti che derivano da una forma di convivenza certa, stabile, utile e proficua per l’intera collettività. Noi ci dissociamo da questa mentalità impregnata di egoismo, utilitarismo equivoco ed immorale.

Nei PACS manca il principio chiaro di diritto. Una certificazione anagrafica non è assolutamente valida per poter ottenere tutto quello che si vuole a parità di altre persone che godono di diritti dopo aver adempiuto a determinati doveri sia personali come comunitari.

Il dissenso fondamentale che noi esprimiamo come VIVERE IN sta nello sfaldamento dell’idea del vivere civico che richiede chiarezza di idee e soprattutto chiarezza di valori. E che dire delle coppie etero ed omosessuali pronti a chiedere la certificazione anagrafica congiunta?

I sedicenti cattolici, almeno loro, trovino il coraggio di essere cattolici veri e di non arrogarsi titoli e diritti senza minimamente conoscere che la denominazione “cattolica” non ha soltanto il senso di universalità ma ha un valore di identità perché il cattolico, nella nostra storia, esige la premessa di cristiano.

Diciamo: i cristiani siano cattolici, cioè abbiano vedute universalistiche ad ampio raggio, ma siano, innanzitutto, cristiani.

Questo significa per noi “dialogare passando attraverso il Logos” che non ha mai condannato a morte nessuno, neppure l’adultera, ma che è il Principio o la Fonte o il Maestro della verità, giustizia, pace, benessere, libertà.

N.G.

 

 

 

 

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