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VIVERE IN

LA POLITICA ITALIANA
OCCORRE UN MINIMO DI BUONA EDUCAZIONE

 

Il giudizio sul sistema politico italiano, in p articolare, sembra che si possa fermare al concetto di civitas e non si stabilisce né si riconosce nel concetto di civiltà. Se vogliamo richiamare alcuni principi di enorme e singolare saggezza derivante dalla esposizione della Sapienza universale e divina cogliamo la necessità che ogni uomo viva il rapporto di comunione e condivisione con tutti gli altri uomini. Seguiamo il principio della concordia rerum, come si diceva una volta, dove la legge del vivere umano dovrebbe essere la legge della concordia, della collaborazione, dell’armonia, della solidarietà fra molteplici e differenti realtà del vivere.

È in forza di questa unità che si costruisce il principio e la certezza della uguaglianza di tutti i popoli e della necessità che ogni persona svolga il suo operato con chiarezza e determinazione. Contrario a questo principio è la dottrina del parassita o del prepotente capace di creare la schiavitù e di promuovere la disuguaglianza aberrante.

La politica italiana, di una nazione che ha sperimentato lunghi e difficili contrasti e guerre, arrivate ad un momento di maggiore progresso, dovrebbe diventare la politica della concordia ed armonia solidale. Non si possono, e non si dovrebbero accettare i contrasti ideologici che sconfinano sempre in contrasti operativi.

Le differenti ideologie dovrebbero essere mezzo e strumento di maggiore crescita di intelligenza per la promozione del bene comune. Il bene non appartiene soltanto ad uno, ma è esigenza, attesa, sogno e speranza di tutti. Assommando e impegnandosi alla realizzazione del bene solidale si può arrivare alla perfetta società.

Lo spettacolo che, invece ci viene offerto quotidianamente dalla vita politica, cui fa seguito la modernità dei sistemi informatici, è quello degli insulti e delle divergenze. La divergenza la comprendiamo. La inciviltà non ha alcuna possibilità di qualificazione degna del vivere umano. L’incivile è e rimane sempre tale anche se dovesse diventare Presidente di una Nazione o di una nobilissima Istituzione.

Non è ammissibile, soprattutto, che persone di alto rango e persone che si ritengono sagge o che sono state elette credendole sagge possano continuamente offrire spettacoli indecenti di lotte, di insulti, di contumelie. Non è pensabile, soprattutto che una classe militi contro l’altra senza prima tentare di giungere a convivenza serena e pacifica.

E c’è anche di più. Ormai è viva la mentalità dell’oppo­sizione ad oltranza. Si dice che fa parte di una consuetudine e di una legge ma non si può assolutamente accettare il principio della violenza che viene anche osannata dalle varie forme di contestazione che fomentano la calunnia, l’accusa, il contrasto vivo.

Non è, inoltre, da persone civili distruggere tutto quello che altri hanno realizzato. Non è da persone civili ritenere che le proposte degli altri siano tutte sbagliate e che si voglia imporre un sistema, in alternativa, che sia il proprio sistema o anche quello di una fazione cui si appartiene. Una politica siffatta ci sembra la autentica politica della inciviltà e della stoltezza.

 È ben chiaro che non si possono sopportare supinamente le ingiustizie e non si possono tollerare gli errori commessi da altri. Ma non si dovrebbe mai giungere a commettere un errore se si è chiamati a costruire progresso e benessere. Manca, dunque, il senso di saggezza che deve presiedere non il solo istante del proprio vivere quanto il divenire benefico continuo di ogni stato.

 (da ’“Vivere In”, Anno XXXVI, 5/2008)

 

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