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Entrare nella luce divina

L’episodio del cieco nato che si incontra con Gesù, raccontato dall’evangelista Giovanni, si presenta come una luce folgorante nei nostri cuori e nelle nostre menti. Ricordiamo l’insegnamento di Gesù che si proclama “la luce vera venuta nel mondo” per dissipare tutte le tenebre. Ricordiamo anche il suo insegnamento e la sua esortazione ad essere luce posta in alto per illuminare tutte le “case” abitate dagli uomini. Missione dell’uomo è vivere nella luce e illuminare tutti e tutto. La luce da accendere è Gesù.

Non esaminiamo il racconto di Giovanni nel risvolto storico anche se siamo convinti che potremmo scoprire tanti insegnamenti. Ci riesce difficile stabilire il tempo e il luogo dell’incontro di Gesù col cieco nato. Ci riesce più facile interpretare l’episodio nella luce dell’intero racconto dell’Apostolo che non è un semplice scrittore ma un uomo saggio, intelligente e buono che ha vissuto la sua vicenda umana alla scuola e nella sequela di Gesù.

All’inizio del Vangelo Giovanni presenta Gesù nella sua prerogativa di “Luce vera, venuta nel mondo e che illumina ogni uomo” (Gv 1, 9). Giovanni scrive anche che i “suoi non l’accolsero” e rimasero nelle tenebre. Assistiamo subito al contrasto tra la Luce (Gesù-Dio) e le tenebre (l’ateismo e il peccato). 

Lo stesso Evangelista scrive: “La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. Ma chi opera la verità viene alla luce, perché sappia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio” (3, 19-21).

Spontaneo sorge l’interrogativo se noi, per primi, siamo nella luce e se le nostre opere sono luminose o malvagie.

Non abbiamo bisogno di andare da un medico perché esamini le nostre opere e giudichi la loro luminosità.
Sappiamo che Dio è somma bontà. Davanti alla sua luminosità possiamo controllare le nostre opere e costatare se traspaiono luminose come le sue opere. Gesù ci dice che dobbiamo essere perfetti come il Padre che sta nei cieli.

Il primo esame, il primo interrogativo, la prima domanda dobbiamo rivolgerla a noi stessi se veramente ci riteniamo luminosi come Dio e se siamo decisi a mirare alla rassomiglianza luminosa con Dio. Siamo stati creati da Lui ed Egli ci vuole veramente come figli. Come Gesù, il Figlio. Per essere veri figli nel Figlio.

L’insegnamento alla luminosità l’abbiamo appreso leggendo il brano della trasfigurazione dove abbiamo potuto capire che Gesù, sul monte, aveva portato i discepoli e aveva chiesto o fatto capire che dovevano avere, come uomini e suoi discepoli, delle qualità essenziali. 

Riassumiamo le qualità per essere e diventare luce. Intanto ci dà appuntamento sul monte che è quello delle apparizioni o della rivelazione.
Occorre:

* salire sul monte. Non stazionare nella banalità e superficialità;

* osservare la sua legge, quella data a Mosè sul Sinai e scritta nelle tavole di pietra;

* osservare il comportamento di Elia, indicato come precursore sommo di Gesù; il Profeta viene trasportato verso l’alto dal carro di fuoco, che simboleggia il grande amore unitivo con Gesù: la dimensione di piena conformità con Gesù. Tutti ritenevano che Elia sarebbe arrivato prima del Cristo e quando viveva Gesù nella sua patria alcuni ritenevano che fosse Elia risuscitato. Elia ci parla di visione e dobbiamo salire sul carro di fuoco trascinato dalla potenza dell’amore;

* avere il volto luminoso: puro, onesto, raggiante come il Sole.
Solo Dio è il Sole di vita che rischiara l’esistenza e la vita di ogni persona e non lascia tracce di buio nell’incedere umano;

* rivestire gli abiti, ossia il modo di essere e di vivere umano che deve rispecchiare fedelmente l’agire umano e divino di Gesù.
Senza conformità a Lui nessuno può ritenersi amico, fratello, sposo e nessuno può dichiarare di essere veramente “cristiano”;

* accogliere la risonanza di quella voce che asserisce che, per il Padre e particolarmente per noi, Gesù è il Diletto, nella fedeltà
ad amare, ascoltare, seguire, diventare suoi apostoli.

Per non diventare ciechi nel profondo del nostro essere, per non essere ciechi “fin dalla nascita”, bisogna estirpare le radici fondamentali del nostro vivere, esaminare il passato, dissociarci dal male in tutte le sue manifestazioni e stabilirci totalmente in Gesù.

La cecità “dalla nascita” sta a significare il male che ha posto le radici nella essenzialità del nostro vivere ed agire. È evidente che la luminosità, coincidente con la prerogativa essenziale e fondamentale fin dalla nascita, deve caratterizzare la profonda nostra essenza e tutta la nostra storia di vita umana. Il divino non può convivere, coesistere nella radice dell’umano. Gesù chiama alla sua sequela. Ci vuole puri e luminosi dalla nascita, nelle strutture più riposte e personali del nostro io.

Queste le prerogative che ci propone:

* Puri e luminosi in tutto il nostro vivere ed agire.

* Puri e luminosi nel modo di pensare, amare, operare.

* Puri e luminosi davanti allo specchio del nostro quotidiano modo di comportarci che non ingrandisce il male né svilisce il bene.

* Puri e luminosi senza mai cedere davanti a rischi, pericoli, tentazioni, seduzioni.

* Puri e luminosi nelle relazioni con tutti: amici e nemici, santi o peccatori.

Nel racconto giovanneo stupisce il particolare della totale sottomissione del cieco al comando di Gesù.
Il cieco non parte da conoscenza e pratica della vita vissuta con fede e amore. Parte dalla “non conoscenza” di Gesù e dalla accoglienza delle sue parole. 

Stupirebbe i moderni ricercatori di Dio il particolare che Gesù inizialmente non ha parlato di miracoli al cieco e non gli ha raccomandato pratiche sorprendenti al fine di raggiungere la guarigione. Nel comportamento di Gesù si può notare che, nel compiere il miracolo, parte da “molto lontano” che esclude la sua grandezza divina. Il comando iniziale è del lavarsi nella piscina di Siloe che nella sua espressione significava piscina denominata dell’inviato: l’inviato dal Padre agli uomini, l’inviato dal cielo sulla terra. 

La narrazione ci propone una visione da ciechi che, senza vedere e senza l’osservazione diretta e personale della potenza di Cristo, si stabiliscono nella linea dei suoi comandamenti.
La narrazione dell’episodio del cieco nato si conclude con la luminosità del cieco che apre gli occhi e la mente alla fede particolare. Il cieco porta un ragionamento scientifico. Dice: Quel signore dapprima sconosciuto, ora si chiama Gesù ed è un profeta.
Colpisce la testimonianza del cieco su Gesù. Parla con ragionamento semplice ma incisivo, di grande chiarezza matematica, con esatta e incontestabile coerenza.
La fede in Gesù deve essere chiara, evidente, coraggiosa, profonda, interiore.

Se vogliamo vedere non poniamo sui nostri occhi lampade oscuranti. Apriamo meglio i nostri occhi e lasciamoci plasmare come Egli vuole. L’oculista mi dice: “Apri meglio gli occhi” ed al mio Signore dico: “Che io ti veda oggi e sempre, oggi e meglio di ieri, Sole della mia vita”.

Don Nicola Giordano

 

 

 

 

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