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VIVERE IN

IL TESTAMENTO BIOLOGICO
LE INCONGRUENZE INVOCATE PER LEGGE

 

Come cittadini comuni, presumibilmente abitanti in un qualsiasi paesino del mondo, ci poniamo la domanda se sia saggio e giusto che si parli di testamento biologico. È una questione dibattuta da tempo. Continua ad occupare le assemblee legislative, gli spazi dei giornali, le ore lavorative di pensatori di ogni genere, come filosofi, politici, religiosi, le più semplici discussioni di gente definita “comune”. Non è assolutamente una questione solamente italiana. È una questione di etica universale e come tale coinvolge molti stati, molte nazioni e la stessa sorte del vivere umano.

Il dovere di chiarezza

Non intendiamo occuparcene come curiosi affacciati alla finestra ma come persone che potrebbero sentirsi un giorno costrette ad agire da leggi assurde proposte da menti che fanno del “vizio una virtù”. È doveroso occuparsene, prima che l’errore venga imposto come sistema.
Molte leggi assurde ed immorali vengono fatte passare addirittura come protettive dell’umanità. Ne ricordiamo alcune come quella favorevole all’aborto, al divorzio, alle unioni di fatto. La catena della presunta “considerazione benevola” in determinate circostanze è diventata, per molti, il paravento alle cui spalle l’immoralità e la ingiustizia proliferano. 
Per quanto ci riguarda non intendiamo accettare costrizioni da nessuno. Continueremo ad opporci con tutta la forza del nostro pensare e credere in conformità a dei principi di valore assoluto non dipendenti da strane teorie politiche o filosofiche che tentano di imporsi giorno dopo giorno. Premessa essenziale è che solo Colui che è l’Autore del “bios”, della vita, può legiferare in merito alla vita. Lo stesso Autore può anche legiferare in merito all’uso del vivere ordinario.
Il problema o la assurda polemica che si va accentuando intorno alle proposte di leggi riguardanti il testamento biologico interessa o riguarda l’uomo: ogni persona ed ogni individuo nell’aspetto costitutivo ed essenziale del suo essere. Non è, per l’uomo, una questione marginale o secondaria come potrebbe essere quella che riguarda l’edilizia o la nutrizione. Il “bios” sta a significare l’esistenza.
Ce ne occupiamo senza minimamente andare ad indagare sulle considerazioni e sulle argomentazioni addotte da saccenti uomini che si arrogano il diritto di poter legiferare su materia riguardante la vita. Si va assistendo all’estendersi di una cosiddetta cultura fondata sulla premessa individualistica e utilitaristica. È il frutto e la conseguenza di una concezione materialista ed atea. Si tratta, invece, di un problema che riguarda l’esistenza dell’intera umanità ed è per questo che, al di là delle personali opinioni, deve essere esposto e chiarito nella sua stessa essenza. 

La validità di un testamento

È ben noto che il testamento significa un atto personale con cui una persona dispone del suo patrimonio. A riguardo si deduce che ogni persona possa disporre di quei beni acquisiti legittimamente e che ha amministrato o gestito senza minimamente ledere i diritti altrui.
Quando si prende in esame il testamento biologico emerge, innanzitutto, la considerazione essenziale che il “bios”, cioè la vita, nella specie del diritto proprietario e nella sua funzionalità, non appartiene al genere di bene di cui una persona possa vantarsi di essere il reale proprietario. Il “bios”, anche quando per legge di natura viene trasmesso automaticamente, vedi il momento della procreazione, non può essere ritenuto un bene acquisito con diritto personale. L’artefice che del “bios” (la vita) è stato strumento di trasmissione, non essendo il proprietario, non può immaginare di avere acquisito il diritto al possesso, all’uso, alla trasmissione arbitraria dello stesso bene. Su un bene che non è proprio non si può esercitare un potere che prescinda dalla volontà o anche soltanto dalla destinazione d’uso voluta dal legittimo proprietario.

La libertà non può coincidere con la dissennatezza

Il tipo di libertà adombrato nella premessa del testamento biologico, è un principio totalmente contrario alle leggi riguardanti la pur semplice gestione di beni deperibili. L’essenza della vita non si può mercanteggiare. È per questo che questo ventilato diritto che qualcuno voglia disporre del suo “bios” e, ancor peggio, qualcuno voglia imporre che altri dispongano del proprio “bios”, è demenza e dissennatezza. Nessuno può disporre della sua vita e della propria esistenza. 

Le modalità essenziali

Sulle modalità che accompagnano l’azione del testamento vanno rispettate le leggi pratiche di ogni Stato sempre che risalgano a legislatori saggi e giusti. Un legislatore dissennato emette leggi dissennate. Pensiamo, per inciso, alle leggi della mafia, del brigantaggio, degli usurai.
Sulla legittimità del fare un testamento, si è d’accordo che ogni persona che sia capace di acquistare, possedere, amministrare, alienare un bene possa liberamente fare un testamento. Ma, prescindendo dalle modalità, occorre, innanzitutto, precisare la materia e la natura del bene che si vuole affidare o donare o trasmettere con atto testamentario. È più che evidente che non si può vendere, donare, alienare un bene che non sia proprio senza il consenso e l’autorizzazione del giusto proprietario.
Per quanto riguarda la natura del testamento biologico va, anzitutto, sottolineato chi sia e se vi sia una persona cui spetta il diritto di poter fare il testamento. Il “bios” affidato e concesso in uso ad una determinata persona non può essere annoverato tra quei beni che quella stessa persona possa, in subordine e autonomamente, acquistare, possedere, amministrare, alienare. Manca nella specie la qualità essenziale del diritto sullo stesso bene.
Nella considerazione del “bios” di cui una persona dispone  non compare affatto la premessa che riguarda la proprietà del bene in se stesso. Fare il testamento sulla propria vita (sul “bios”) va considerato come un atto di indebita appropriazione o di usurpazione del diritto di proprietà. Il “bios” elargito da un Essere superiore che della vita è il Principio e l’Autore appartiene al genere di un bene da amministrare durante un intero arco di tempo e secondo le modalità stabilite dallo stesso Essere. Il diritto a disporre spetta e compete soltanto all’assoluto proprietario del bene che può disporre le modalità. In conseguenza della conoscenza dell’Essere che del “bios” è l’Autore e il concessionario, si deve legittimamente dedurre che vengano autorizzati l’uso e l’amministrazione ordinari, razionali, proficui.

 Un tipo di comodato benevolo

Potremmo immaginare un tipo di comodato benevolo, gratuito, senza limite di tempo, con precise condizioni poste dal reale possessore e padrone la cui volontà è facilmente deducibile dall’esame della sua stessa natura. Anche i pensatori più antichi quando hanno parlato della sua natura l’hanno vista e giudicata come somma bontà e somma bellezza. Viene sempre esclusa una qualsiasi forma di negatività.
Ricaviamo come molto appropriata l’immagine evangelica del padrone che, all’inizio del viaggio, affida l’amministrazione del bene a determinati amministratori. Le leggi, in effetti, riguardano la conservazione, l’uso, il profitto dell’intero bene che non può essere alienato, venduto, svilito, subaffittato. Lo ha stabilito l’Unico Padrone che, comunque, ha riservato a se stesso il possesso di tale bene. “Non temete colui che può uccidere il corpo”, sta scritto. La dissonanza e la perversità consistono nel dissociarsi dalla sua mentalità e dalla sua volontà.
“Temete chi può uccidere la vostra anima”.
L’uso anche occasionale del “bios” non può essere demandato ad altre persone arbitrariamente. La misura del codice deontologico del medico dichiara che il suo compito consiste nell’aiutare il “bios” in tutti i modi ritenuti plausibili ed utili. Il “bios” lo si deve aiutare a continuare ad essere “vivo”. La supposizione che si possa consentire anche per attimi la sua soppressione, pur con l’ipocrita definizione di “eutanasia”, è perversa. Il possesso e l’uso del “bios” avuto in concessione non vanno trasmessi ad altri nella totale integrità. Ogni individuo va aiutato a saper vivere e a saper comprendere il valore della sua intera esistenza. È anche assurdo che si voglia fare una legge che imponga ad una persona di poter fare il suo testamento biologico. Si può fare testamento di elementi parziali e non essenziali del vivere ma non si può assolutamente disporre della integrità della propria esistenza che appartiene alla vita.

 La storia evangelica

 La storia evangelica, che è storia di somma sapienza, giustamente condanna chiunque abbia voluto disporre del “bios” proprio ed altrui ponendo in azione atti sconsiderati ed ingiusti. La Scrittura non ammette che uno possa godere della morte del nemico. Gesù ha esortato ad amare il nemico e a pregare per i propri persecutori. Si deduce che chiunque ammazza anche il nemico, non potrà mai trovare giustificazione e comprensione. Non si può donare la morte né ci si può “dare la morte”. Nessuno è padrone della sua vita.
Nessuna ragione plausibile si può attribuire alla guerra. Non si deve mai ammazzare il nemico. Legge della vita e sua forza consistente è l’amore. La guerra è un delitto. L’odio è una perversione. L’eutanasia è una aberrazione intellettuale e una malvagità del cuore.
L’azione del dittatore, o anche del terrorista, che ammazza un presunto nemico, non potrà mai trovare una legittima autorizzazione. Quando qualcuno ha mandato al rogo un infedele o ha condannato una persona alla pena capitale, ha commesso un delitto.
Quando a Gesù un giorno fu chiesto il permesso di estirpare la zizzania, egli ordinò di lasciarla crescere insieme al buon grano. Siamo convinti che anche i peggiori terroristi un giorno potranno incontrare la misericordia di Dio ma non possiamo ammettere che l’Autore della vita possa concedere l’autorizzazione a uccidere o a far morire una qualsiasi persona. Se il tema del dolore è un grande mistero, la morte inferta ad altri o a se stessi è sempre un delitto.

La legge primitiva

È giustamente detto che “nessuno può uccidere Caino”.
Il testamento biologico che si vorrebbe proporre o fare approvare anche limitandolo all’uso di determinate terapie ed in particolari condizioni di vita, ipocritamente presentate sotto la decisione ad evitare un accanimento terapeutico, non trova nessuna giustificazione etico-giuridico-filosofico-religiosa.
Diciamo che l’accanimento terapeutico potrebbe trovare una sua giustificazione di natura affettiva quando viene messo in atto da persone che per nessun motivo vorrebbero troncare i rapporti affettivi con determinate persone.
Non vogliamo indagare il campo del vero e legittimo proprietario del “bios” umano. Non conosciamo le sue leggi, non sappiamo immaginare le finalità delle sue azioni. Non lo consideriamo sconsiderato o irresponsabile. Siamo convinti del principio scritturistico dove è detto che tutto concorre al bene di coloro che entrano nella sfera del Dio amore. Questi è per noi l’Autore sommo della vita. Nel suo essere si deve riscontare un principio di somma bontà, armonia, benessere, pace per il grande e per il piccolo, per l’immediato e per il futuro. D’altronde, non sapremmo concepire la legittimità del suo disporre la morte di qualcuno dopo che a Lui abbiamo riconosciuto l’insindacabile diritto di determinare la vita. Si trova scritta, tra l’altro, la sua dichiarazione: “Non voglio la morte del peccatore ma che si converta e viva”.
Se non fosse così bisognerebbe ammettere l’esistenza di un Essere come principio di vita che sconfina in una imprevedibile esplosione irrazionale tale da pentirsi di quanto precedentemente voluto ed attuato con amore. Il principio della vita non può trasformarsi in principio di morte.

C’è forse lotta nell’esistenza?

Va considerato che il “bios”, (la vita) in se stesso non va confuso con la “thanatos” (la morte). Si cadrebbe nell’assurdo principio di due elementi contraddittori e capaci di eliminarsi vicendevolmente. Se parliamo di vita non possiamo parlare di morte. Per noi il “thanatos”, inteso come distruzione di esistenza, è soltanto una fantasia umana creata da persone propense o vogliose di trovare un capro espiatorio o qualcuno con cui arrabbiarsi.
Ripensiamo alla definizione “nihil est ad nos mors”. Forse il pensiero epicureo va interpretato nella svalutazione del comune e banale concetto della morte equiparabile al nulla. La morte non coincide col nulla. Il nulla non esiste. La morte che ipocritamente viene proposta nel concetto dell’eutanasia è un atto di insubordinazione e di ribellione  contro Colui che è Principio della vita, Autore supremo del bene interminabile collegato alla sua stessa esistenza. Il “bios divino” è partecipato e trasmesso anche al più piccolo uomo. 

Il bonum mortis

Non sono mancati alcuni autori che hanno parlato del “bonum mortis”. Sono i pensatori cristiani che dopo avere elogiato la sublimità dell’umana esistenza in conformità al piano divino, hanno voluto indagare la posizione dell’esistenza nel-l’atmosfera reale del trascendente universale. Hanno parlato del “bonum mortis” non rapportato al principio affermato dai sostenitori dell’eutanasia ma nella visione della totale immersione nel divino al compiersi del progetto di vita che come supremo Signore egli ha disposto per ogni uomo. Gli autori cristiani parlano del “bonum mortis” consistente nella immersione dell’umano nel divino. È questa la visione, la considerazione, la convinzione del pensiero cristiano che è fortemente avversata dai sostenitori del testamento biologico che ipocritamente viene prospettato a beneficio dell’umano vivere ma che in effetti è una porta aperta verso l’eutanasia. È la perversa dichiarazione di un ateismo subdolo, radicale ed assoluto da parte di chi sostiene da tempo il principio della visione laica del vivere in opposizione alla visione cristiana. La nostra opposizione non è fideistica ma razionale e fonda le sue premesse e le sue affermazioni sulla certezza acquisita e creduta fortemente che il vivere è sublime dono fatto all’umanità dall’Autore della vita che è anche il suo Principio.

Nicola Giordano
Fondatore Associazione “Vivere In“ 
(da ’“Vivere In”, Anno XXXVII, 1/2009)

 

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