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Il parto in anonimato
o Interruzione volontaria
di gravidanza?

 

Ma che cos’è questo parto in anonimato?

Una donna incinta, per insuperabili difficoltà  psicologiche (rifiuto della gravidanza) o socio-economiche, può non volere o non poter tenere il nascituro, di cui comunque desidera salvaguardare la vita e il benessere. Può partorire in anonimato e non riconoscere il figlio garantendogli il diritto di crescere in una famiglia adottiva. Può ricoverarsi in un qualsiasi Ospedale e partorire senza lasciare le proprie generalità sul certificato di assistenza al parto, in cui risulterà come “donna che non vuole essere nominata”. Tutto senza conseguenze civili o penali (anche se immigrata clandestina). Il neonato non riconosciuto, lasciato in Ospedale, viene temporaneamente affidato ad un Istituto, per consentire, entro 10 giorni, un eventuale ripensamento di uno dei genitori e la sospensione della procedura. Trascorsi i 10 giorni, se non c’è stato il riconoscimento, l’Ufficiale di Stato Civile, senza svolgere ulteriori accertamenti sulla paternità anche in caso di donna coniugata, attribuisce un nome e cognome al neonato e procede entro 10 giorni alla segnalazione al Tribunale per i Minorenni per la dichiarazione di adottabilità e l’affi­damento preadottivo. Generalmente l’adozione avviene in tempi brevi.

Che cosa è l’IVG?

IVG (Interruzione volontaria di gravidanza), è il nome elegante che si è dato all’aborto volontario per anestetizzare le coscienze. 
Alla donna che ha deciso irrevocabilmente di abortire per difficoltà insuperabili ad accogliere il figlio, (dopo averle offerto tutti i possibili aiuti psicologici ed economici) può essere prospettata un’alternativa estrema al­l’aborto volontario: portare a termine la gravidanza, partorire in anonimato e non riconoscere il neonato che viene avviato all’adozione in tempi brevi. In questo modo si riduce il trauma psico-fisico della donna, la società con problemi di calo demografico acquisisce un nuovo cittadino che è una ricchezza sociale, una coppia in più può adottare un bambino, ma soprattutto si evita un aborto che, comunque lo si voglia giustificare, resta oggettivamente la soppressione di un essere umano.

Perché incentivare il parto anonimo?

È un fatto negativo abbandonare il proprio figlio appena nato!
Abbandonare è diverso da non riconoscere. Abbandonare un neonato per strada, nel cassonetto o in qualsiasi modo è sempre un reato, perché lo espone a grave danno o a morte. Non riconoscere il neonato al momento del parto, in particolari situazioni di grave difficoltà della madre, può essere tutela per la donna che ha bisogno di rimanere sconosciuta e garanzia di salvezza per il bambino. Dovunque nel mondo e fin dall’antichità ci sono state donne che non hanno riconosciuto il proprio neonato al momento del parto. Sono note le “ruote” dei Conventi.

Oggi la legislazione italiana è molto avanzata nel regolamentare questa facoltà della donna che tutela la libertà e la dignità sia della madre che del figlio.

Tuttavia il parto in anonimato è poco conosciuto e se ne contano pochissimi casi all’anno.

Certo questa non è una soluzione felice per vivere la maternità e non è priva di problemi psico-affettivi. Ma nell’attesa, speriamo breve, che la società diventi veramente umana nel favorire la maternità, bisogna far conoscere l’opportunità del parto anonimo per almeno alleviare il dramma di madri sole e disperate, spesso straniere senza permesso di soggiorno, povere e con lavoro precario, che ricorrono anche all’aborto clandestino.


In sintesi.

“Meglio donato che abbandonato”.
“Meglio adottato che abortito”.

 

Manuela Dimonte

Coordinatrice della Commissione “Salute, bioetica e famiglia”
nel Forum delle Associazioni Familiari di Puglia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 






 

 

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